Mostra Remo Bianco. Le impronte della memoria - Milano

Manuela Vaccarone
A cura di Manuela Vaccarone
Pubblicato il 06/07/2019 Aggiornato il 06/07/2019
Dal al
Milano (MI)
Regione: Lombardia
Luogo: Museo del Novecento, piazza Duomo 8
Telefono: 02/88444061
Orari di apertura: 9,30-19,30; lunedì 14,30-19,30; giovedì e sabato 9,30-22,30
Costo: 10 euro; ridotto 8 euro
Note:
Il Museo del Novecento continua l’attività di ricerca sulla Seconda metà del Novecento attraverso la presentazione di alcuni dei suoi protagonisti, con un’attenzione a coloro che hanno lavorato nel territorio milanese. La mostra dedicata a Remo Bianco (Milano, 1922-1988) presenta oltre 70 opere dell’artista, ripercorrendo le fasi della sua ricerca e rappresentandone i percorsi di vita e di lavoro, intrecciati in un flusso di straordinaria energia creativa.

Nella Milano del boom economico, in un’atmosfera culturalmente ed economicamente produttiva, il giovane Remo Bianco conosce e frequenta il grande pittore Filippo de Pisis e il suo entourage. La sua sarà una vita da “ricercatore solitario”, come si era autodefinito, sempre pronto a sperimentare idee nuove, frutto della sua fervida fantasia.

Questa capacità di inventare e seguire percorsi nuovi l’hanno reso un artista molto peculiare per quei tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta si collocano le prime Impronte, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, ad esempio, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi.

Risalgono all’inizio degli anni Cinquanta anche i Sacchettini - Testimonianze, realizzati assemblando oggetti di poco valore - monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti - in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale.
Dello stesso periodo sono anche le prime opere tridimensionali – i 3D - in materiale plastico trasparente o vetro e, successivamente, su legno, lamiera e plexiglas colorato, dove l’immagine è la combinazione di figure poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondità.

La serie dei Collages, sviluppata invece nella seconda metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta in seguito a un viaggio di Bianco negli Stati Uniti, si basa su un effetto combinatorio di immagini, realizzate con la tecnica del dripping su un unico piano, di tela, carta o stoffa.

Al 1957 risalgono i primi Tableaux Dorés, che costituiscono uno dei cicli più noti dell’artista, oltre che il più duraturo. Lo sfondo bicolore, trattato a olio o a smalto, su cui sono disposte le foglie d’oro, presenta una parte bianca accostata a colori primari.

I Quadri parlanti, esposti per la prima volta nel 1974, sono invece tele in alcuni casi non lavorate in cotone bianco o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista.
Il tema è il bisogno di dialogare con il pubblico, trasformando la tela non più nel teatro della rappresentazione, ma nel luogo dell’ascolto e, soprattutto, del ricordo, punto focale di gran parte del percorso dell’artista.

L’esposizione, a cura di Lorella Giudici con la collaborazione della Fondazione Remo Bianco, ripercorre il ricco percorso di Remo Bianco esplorando proprio il tema della memoria, attraverso le sue opere e tramite un’ esaustiva documentazione d’archivio: cataloghi, manifesti, articoli e fotografie d’epoca.

Remo Bianco. Le impronte della memoria
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