Mostra Gianluigi Colin. Quel che resta del presente - Piacenza

Manuela Vaccarone
A cura di Manuela Vaccarone
Pubblicato il 26/09/2022 Aggiornato il 26/09/2022
Dal al
Piacenza (PC)
Regione: Emilia Romagna
Luogo: galleria Volumnia, Stradone Farnese 33
Telefono: 335/6456147
Orari di apertura: 15-18 e su appuntamento. Domenica e lunedì chiuso
Costo: Ingresso libero
Dove acquistare: 0 - ingresso libero
Sito web: https://volumnia.space/
Organizzatore: Volumnia - Enrica De Micheli, fondatrice di Volumnia
Note:
Una complessa e monumentale installazione site-specific dà vita alla mostra di Gianluigi Colin nella galleria Volumnia a Piacenza. Gianluigi Colin (Pordenone, 1956) da molti anni lavora sul dialogo tra immagini e parole. In particolare, il centro del suo lavoro è il sistema dei media, la dimensione del tempo e il valore della Memoria.

La mostra, curata da Achille Bonito Oliva, rappresenta per Gianluigi Colin una nuova e impegnativa sfida: lo spazio imponente della cinquecentesca Chiesa di Sant’Agostino, coraggiosamente fatto rinascere da Enrica De Micheli, ha spinto infatti Colin a confrontarsi in un corpo a corpo con gli impegnativi spazi densi di storia e avvolti da una naturale spiritualità.

La mostra si inserisce nel programma di XNL APERTO: progetto dedicato alle arti contemporanee nato dalla sinergia tra istituzioni pubbliche e soggetti privati del territorio piacentino.

Colin ha dato vita a una mostra interamente pensata ad hoc per gli spazi della chiesa, presentando due nuovi cicli di lavori molto diversi sul piano della rappresentazione, ma uniti dall’uso degli stessi materiali e dallo stesso linguaggio dell’astrazione. Complessivamente si tratta di 60 tele, alcune anche di grandi dimensioni, più una monumentale installazione nella navata centrale della Chiesa.

Da una parte Gianluigi Colin ha deciso di collocare le sue opere astratte (che ha chiamato “Impronte,” caratterizzate dal fatto di essere materiali di pulizia delle rotative di stampa di quotidiani o di libri) esattamente là dove prima c’erano le cinquecentesche pale d’altare: opere cariche di memorie di parole e di figure, qui dissolte in segni, striature dai colori tenui o accesi che suggeriscano un’idea di meditazione e riflessioni sulla fragilità dell’esistenza.

Il lavoro di Gianluigi Colin si impone come una riflessione sulla tradizione del rapporto tra Storia, Arte e Chiesa. A a ogni visitatore apparirà evidente un dettaglio: tutte le statue sono state decapitate.
La chiesa è stata oggetto di dissacrazione da parte dell’esercito napoleonico: Gianluigi Colin ha voluto ricordare questo evento storico ricostruendo delle simboliche teste, ma bendate, invitando cosi a riflettere sulla cultura iconoclasta e sulla pratica, oggi molto d’attualità , della “cancel culture”.

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