Home restaurant: si può aprire un ristorante in… casa?

Trasformare la propria cucina in un'attività redditizia è un'iniziativa che però richiede una regolamentazione. Temuto dai ristoratori e apprezzato dagli amanti del cibo, l'home restaurant è una delle nuove frontiere social.

Preparare succulenti manicaretti a persone sconosciute, fatte accomodare attorno al tavolo della cucina o del living della propria abitazione, per l’occasione trasformata in esclusivo ristorante.

È questa, in sintesi, l’idea di fondo dell’home restaurant, il più gustoso fra i modelli di sharing economy. Dopo i felici esempi d’oltremanica, anche in Italia, dove il cibo è da sempre un’eccellenza, attraverso una proposta di legge che raggruppa in un unico testo più disegni normativi, si sta provando a regolarizzare questa nuova forma di ristorazione domestica.

La Camera dei deputati si è già espressa a favore, licenziando un testo al momento in discussione al Senato. Il primo articolo del ddl specifica come per home restaurant si intenda “l’attività finalizzata alla somministrazione di alimenti e bevande esercitata da persone fisiche all’interno delle strutture abitative di residenza o domicilio, proprie o di un soggetto terzo, utilizzando i prodotti preparati nelle stesse strutture”. Una legge che si pone l’obiettivo di “valorizzare e favorire la cultura del cibo tradizionale e di qualità, in particolare attraverso l’utilizzo prioritario di prodotti tipici del territorio”.

La legge indica tre “condizioni”

L’attuale testo normativo, che prima dell’eventuale via libera del Senato potrebbe essere modificato, prevede l’utilizzo esclusivo di piattaforme tecnologiche dedicate, con relative commissioni sul compenso dei servizi erogati come costo di transizione; siti internet attraverso i quali sarà possibile registrare la propria abitazione-ristorante, fornire informazioni di servizio, disponibilità e prezzi sui menù proposti. Anche i pagamenti dovranno avvenire esclusivamente online, senza alcuna transizione di denaro diretta tra cuoco e cliente. Ma vediamo come.

 
Il primo disegno di legge sull’home restaurant (allora denominato home food) porta la firma dei senatori Fleres e Alicata ed è datato 16 giugno 2009. Da allora sono state presentate altre quattro proposte normative, tutte finalizzate a disciplinare la ristorazione nelle abitazioni private.

Nel settembre 2016 la Commissione per le attività produttive ha accorpato le proposte in unica legge, approvata dalla Camera dei deputati il 17 gennaio 2017 e, attualmente, in discussione al Senato. La norma si compone di cinque articoli, a cui si aggiungono i “requisiti di accesso e di esercizio alle attività commerciali” e i “requisiti degli immobili” all’interno dei quali è possibile svolgere l’attività. 

    • La legge è ora all’esame del senato
    • Non serve la partita Iva con incasso fino a 5.000 euro/anno
    • Da chiarire: pari opportunità con i ristoratori?

Garantire igiene e corretta conservazione dei cibi

Il ddl specifica come, nella preparazione del cibo, il padrone di casa possa avvalersi della collaborazione di familiari e sia libero di utilizzare parte dell’abitazione per ospitare i clienti, nel pieno rispetto dei requisiti igienico-sanitari previsti dalla legge. In particolare, la norma a cui fare riferimento è il regolamento CE 852/2004 sull’igiene dei prodotti alimentari che, fra le altre cose, prevede la corretta applicazione della catena del freddo (per i cibi che non possono essere conservati a temperatura ambiente) e l’applicazione delle procedure previste dall’attestato dell’analisi dei rischi e controllo dei punti critici (HACCP), che consente di valutare eventuali rischi di contaminazione degli alimenti e prevenirli con adeguate misure.

Servire cibi sani in case abitabili e pulite (senza modificarne la destinazione d’uso) è quindi imprescindibile per non incorrere nelle multe comminate dalle autorità territoriali competenti a tutti colori che, a seguito di controlli, saranno trovati inadempienti.

Iter semplice, multe salate

Una sanzione elevata (da 2.500 a 15.000 euro) e l’immediata cessazione dell’attività sono, inoltre, previste nel caso in cui chi risiede, o è domiciliato nell’abitazione-ristorante, abbia aperto ai clienti senza aver presentato la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) agli uffici comunali di riferimento. Non è previsto alcun obbligo, invece, riguardo l’iscrizione al registro esercenti il commercio (ex-Rec), mentre è necessario che l’immobile ad uso abitativo sia coperto da una polizza per la responsabilità civile verso terzi. Il gestore deve, inoltre, verificare che eventuali cuochi abbiano anch’essi sottoscritto un’assicurazione per la copertura dei rischi derivanti dall’attività.

 
Che cosa dice la legge  

Regolamento CE 852/2004: Le norme generali del Regolamento CE sui prodotti alimentari si applicano a tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione degli alimenti, nonché alle esportazioni e fermi restando requisiti più specifici relativi all’igiene degli alimenti. Viene individuato nell’operatore del settore alimentare il soggetto su cui ricade la responsabilità principale della sicurezza degli alimenti. Che deve essere garantita lungo tutta la catena alimentare.

Haccp: Le aziende nelle quali i lavoratori sono a contatto con cibi e bevande devono certificare il proprio adeguamento alla Normativa HACCP, un insieme di procedure previste per prevenire la contaminazione dei cibi.

Scia: È la dichiarazione che consente alle imprese di iniziare, modificare o cessare un’attività produttiva (artigianale, commerciale, industriale), senza dover più attendere i tempi e l’esecuzione di verifiche e controlli preliminari da parte degli enti competenti. La Scia, ai sensi dell’art. 19 della legge 241/90, produce effetti immediati.

Fino a che non vi sarà “il via libera” del testo di legge da parte  del Senato, ci si attiene alle disposizioni attualmemte in vigore e che hanno regolamentato fino ad ora tale nuova attività.

Si paga online e prima di consumare
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Esempio di fattura

L‘obbligo di pagare il conto prima di aver consumato il pasto ed esclusivamente attraverso piattaforme digitali non convince l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Una previsione che “impedisce o rende più oneroso per il cliente avvalersi, ad esempio, della possibilità di disdire sul posto un servizio rivelatosi inadeguato e all’operatore di farsi interamente carico del rischio del cosiddetto no show”. Altri dubbi, infine, riguardano il numero massimo di coperti consentito e il reddito annuo che l’attività può generare. Entrambe le limitazioni, secondo il Garante “si pongono piuttosto in palese contrasto, oltre che con i principi di liberalizzazione, anche con il dettato costituzionale di libera iniziativa economica e di tutela della concorrenza”. Infine, spiega l’Autorità, appare “priva di motivazioni e ingiustificatamente restrittiva” il divieto per le attività di B&B e Case Vacanza di ampliare l’offerta di servizi extralberghieri con quella del servizio di home restaurant.

Home restaurant, saltuario solo se si incassano 5.000 euro/anno

L’articolo 3 del testo di legge (ancora da approvare in via definitiva) dispone che l’attività di home restaurant non possa superare i 10 coperti al giorno e i 500 all’anno. In ogni caso, gli incassi annui non devono essere maggiori di 5.000 euro. Per quanto riguarda gli adempimenti fiscali, l’home restaurant è equiparato a un’attività saltuaria d’impresa e, di conseguenza, occorre inserire i redditi nel quadro RL del Modello Unico.

Per calcolare i redditi è sufficiente sottrarre dagli importi delle ricevute (da consegnare obbligatoriamente ai clienti una volta terminato il pasto) le spese documentate, in primis quelle sostenute per l’acquisto delle materie prime. Infine, in quanto attività saltuaria, non esiste l’obbligo di versare contributi previdenziali.

Le cose cambiano se si sfiorano i 5.000 euro: a quel punto sarà necessario aprire la partita Iva e iscriversi all’Inps.

Pari opportunità con i ristoratori tradizionali?

Il ddl è stato criticato dall’Agcm-Autorità garante della concorrenza e del mercato (vedi pagina precedente), che il 22 marzo 2017 ha avanzato alcune perplessità riguardo le limitazioni previste, che favorirebbero i ristoratori tradizionali a scapito di quelli casalinghi. Ciò andrebbe contro i principi caldeggiati dalla Commissione europea, e cioè favorire le diverse forme di sharing economy, con l’obiettivo di creare opportunità innovative per i consumatori e per gli operatori, agevolati da forme di lavoro flessibile e nuove fonti di reddito.

Il Garante contesta il divieto previsto di qualsiasi rapporto diretto tra l’utente cuoco e l’utente fruitore che “riduce l’offerta dei servizi di ristorazione per i clienti meno avvezzi all’uso di sistemi digitali/elettronici di acquisto” creando, dal punto di vista dell’offerta, “una discriminazione con i ristoratori tradizionali, i quali, oltre a poter promuovere la propria attività e ricevere prenotazioni mediante siti internet, mantengono la possibilità di avere un contatto diretto con la clientela”.

In collaborazione con avv. Silvio Rezzonico, presidente nazionale Federamministratori/Confappi, Tel. 02/33105242, www.fna.it
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