Cani: educare con severità o gentilezza?

Roberta Marino
A cura di Roberta Marino
Pubblicato il 11/12/2014 Aggiornato il 11/12/2014

Il vostro cane tira al guinzaglio, dorme sul letto, mette le zampe sul tavolo o, peggio ancora, si dimostra in alcuni momenti aggressivo. Che fare? Gli esperti di educazione cinofila si dividono: c'è chi opta per il metodo permissivo e chi usa invece il pugno di ferro di quello punitivo. Ecco come orientarsi per educarlo senza commettere errori.

Cani: educare con severità o gentilezza?

Per i proprietari di cani è difficile sapere quale sia la strada giusta da intraprendere per educare il proprio amico a quattro zampe. Meglio far capire al cane chi è il capobranco e farsi rispettare con la forza oppure è preferibile premiare i comportamenti corretti del cane e stabilire con lui un “dialogo” e un rapporto di collaborazione? Nel primo caso si parla del discusso metodo di Cesar Millan, l’educatore messicano naturalizzato statunitense del reality show “Dog Whisperer” tanto celebre quanto criticato. Nel secondo del cosiddetto metodo “gentile”, che deve il suo nome non solo al fatto che non si usano mezzi coercitivi ma perché si ripudia qualsiasi tipo di punizione nei confronti degli animali.

Il metodo Millan: recupero o maltrattamento?

In molti lo ricorderanno: il metodo educativo proposto da Cesar Millan è stato oggetto di forti polemiche e aspre critiche proprio sullo stesso schermo televisivo che l’ha anche reso così famoso. Secondo l’educatore americano, infatti, con il cane bisogna chiarire chi è il capobranco, in particolare se ci si trova di fronte a cani aggressivi o che mostrano dominanza, anche al costo di assumere atteggiamenti duri. Secondo Millan l’unico modo per frenare l’aggressività del proprio cane consiste nel tenergli testa, nell’emularlo assumendo gli stessi atteggiamenti: in pratica ringhiando. Fin qui, almeno apparentemente, nulla di male. Anzi la teoria del branco viene perfettamente rispettata e ha un fondamento scientifico. La critica, però scatta poco dopo: se, infatti, questo primo tentativo di educare il cane non ha successo, secondo Millan diventa necessario agire più duramente. Ecco allora che il suo metodo prevede di far sdraiare il cane a pancia in giù e guardarlo con sguardo indignato; usare un tono di voce fermo, risoluto se necessario; infine, non lesinare collari a strozzo (e, secondo i critici, perfino elettrici!) strattonate al guinzaglio o percosse sempre con quest’ultimo.

Il metodo gentile: non solo bocconcini

Premi e bocconcini: così può apparire, a una visione superficiale, il metodo educativo che si basa sull’approccio gentile e del cosiddetto “rinforzo positivo“. Questa tecnica è molto complessa e articolata: certamente ha il suo fondamento sul “premioper convalidare un comportamento corretto del cane, ma è anche tanto di più. Il metodo gentile si basa essenzialmente sul rinforzo positivo: si tratta di un potente strumento di apprendimento che agisce sul cane in maniera semplice ma senza che l’animale se ne accorga. Se il cane viene slegato solo quando non tira e guarda il proprietario, imparerà ad ottenere la libertà calmandosi e dando attenzione. Il rinforzo positivo in pratica può essere utilizzato per tutto quello che il cane desidera: cibo, gioco, contatto affettivo, libertà. Se un certo comportamento gli permette di ottenere qualcosa di gradito, qualcosa che vuole, una ricompensa il cane, automaticamente, tenderà a ripeterlo, senza stress. Quando il comportamento è stato ben compreso e assimilato dal cane, è diventato, in pratica, naturale, il premio non verrà più utilizzato oppure solo sporadicamente per mantenere l’entusiasmo.

La visione comune: la teoria del capobranco

Sembra difficile crederlo eppure le due teorie, il metodo gentile e quello di Millan, così diametralmente opposte e in costante contrasto, hanno qualcosa in comune: la teoria della gerarchia del branco. Si tratta di una teoria ben accreditata e che mette d’accordo un po’ tutti gli educatori cinofili perché si basa su un assioma fondamentale: il cane, al pari del suo antenato il lupo – e a differenza del gatto ad esempio – è un animale sociale che vive e ha bisogno del branco. Non solo: il riferimento del capobranco (che mangia per primo, avanza per primo e viene rispettato da tutti) è di primaria importanza per il cane, senza la cui guida si sente smarrito e può assumere comportamenti deviati, aggressivi o timorosi. Secondo questa teoria la gerarchia all’interno di un gruppo viene costantemente ribadita e i quattro momenti in cui i Leader esercitano il loro potere e godono dei loro privilegi sono rappresentati da:

  • il momento del pasto,
  • durante la passeggiata,
  • nelle situazioni di pericolo,
  • ad ogni ricongiungimento.

Nella società attuale, dove il cane è stato spesso isolato o lasciato solo (con conseguenze sul suo comportamento e sul carattere), è importante recuperare questo aspetto “sociale” del cane e il ruolo del capobranco, inevitabilmente, deve essere assunto dal proprietario.